L’IPCA: I 168 COLORI DELLA MORTE

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L’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina) fu una fabbrica
di colori, fondata nel 1922, a pochi chilometri da Torino lungo il corso del torrente Stura, ai piedi delle valli canavesane. In questa terra “priva di fulgidi passati, ma verde di riposi ristoratori, dove l’anima si adagia come una buona borghese” (Guido Gozzano), si è purtroppo consumato il dramma dei suoi operai:
la fabbrica del cancro.
La situazione interna allo stabilimento era estremamente pesante: le condizioni di lavoro inumane, la grande nocività e gravosità delle mansioni, erano estese e non sufficientemente conosciute ed indagate. Il dramma Ipca con i suoi morti divenne noto grazie alta tenacia di due ex operai: Benito Franza ed Albino Stella che si impegnarono nella lotta per la sicurezza nelle fabbriche; il loro obiettivo era di non vedere più morti sul lavoro.

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L’Autorità Giudiziaria del tempo, vigile e presente, recepì il problema ed il processo penale che nacque grazie all’allora Pretore Enzo Troiano segnò l’inizio, non solo in Piemonte, della storia dei processi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nel mentre la tragedia continuava; all’Ipca era succeduta Interchim che aveva stoccato, nell’area una quantità impressionante di rifiuti abusivi gravemente tossici per l’ambiente. L’eredità del processo è stata raccolta dai movimenti ambientalisti e sindacali cittadini, negli anni 90 ed è di questo sito e di consacrarlo alla memoria e alla ricerca. Il sito è stato acquistato dal Comune di Ciriè per circa 650 milioni. Nel novembre 1996 il Comune ottiene dal Ministero dell’Interno un finanziamento di circa 6 miliardi per smaltire i 5677 fusti (contenenti solventi, diluenti, residui di verniciatura, coloranti e reagenti), eliminare 4.660.220 kg di liquami tossici e bonificare 50 serbatoi e 13 vasche di decantazione. La bonifica è terminata il 31 agosto 1998.

l’area dell’IPCA dopo la bonifica è stata inserita in un progetto finanziato dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Torino, in cui si prevede l’utilizzo per la realizzazione di un’ecomuseo.

(parole tratte da blog.chatta.it/lamennulara/post/ipca-di-cirie.aspx foto sopra da ciriè.wordpress.com)

Nel 1997 , al termine di un lungo e tortuoso processo, i titolari, i dirigenti ed il medico  dell’azienda vengono condannati per omicidio colposo. Nonostante ciò, l’IPCA chiude definitivamente i battenti nel successivo 1982.

Da una ricerca condotta dall’INAIL emerge che almeno 168 lavoratori dell’IPCA siano deceduti per cancro alla vescica dovuta all’esposizione di sostanze cancerogene quali: alfa-naftilamina, beta-naftilamina, benzidina,fucsina e orto-toluidina

 

Durante il nostro giro odierno, ci siamo passati vicino e l’abbiamo trovata così:

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L’ingresso è severamente vietato e assolutamente pericoloso a causa dell’inquinamento che ancora può esserci nel complesso, i cocci di vetro, collocati sui muri in modo certosino, scoraggiano chiunque voglia dare un occhiata all’interno.

Visuale dell’intero sito:

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Gran parte dell’IPCA risulta ancora in stato di pesante degrado ed abbandono, la speranza è che presto, torni a funzionare, sotto nuove vesti, per non dimenticare le morti bianche, che ancora oggi, funestano troppe famiglie.

Parecchi progetti sono al momento al vaglio del comune di Ciriè per la riqualificazione dell’area, non ne conosco i dettagli ma la speranza è che il suolo e la sottostante falda acquifera non sia irrimediabilmente compromessa dai liquami che per 60 anni hanno inquinato il sito.

Foto di repertorio dell’interno risalenti al tempo della bonifica:

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