I SOTTERRANEI DIMENTICATI (ricerche personali)

RICERCHE PERSONALI SUL SOTTOSUOLO D COMPRENDENTE GLI ABITATI DI GROSSO CANAVESE, VILLANOVA CANAVESE, NOLE CANAVESE, CIRIE’ E SAN CARLO CANAVESE.

di Fabio Borello

– “Lo sai che c’è una botola dietro l’altare che porta ad un tunnel segreto che collega la chiesa di Villanova con il castello di Grosso?” – Questo mi diceva sempre mia nonna, ma ero molto piccolo e la storia è andata dimenticata.

Durante le mie recenti vacanze (finite ahimè!) sulla riviera del Conero, ho avuto modo di visitare anche le antiche grotte di Camerano, grotte scavate in tempi antichi, ricche di fascino e mistero; in quel momento mi è tornata alla memoria le parole della mia cara nonna che raccontava storie su tunnel e catacombe sotterranee, dove rinchiudevano i bambini cattivi (!).

In effetti quella botola esisteva, la vidi io stesso durante i lavori di ristrutturazione della chiesa parrocchiale di S. Massimo a Villanova Canavese, nel 1995… Ma andiamo con ordine, ripercorriamo la storia del territorio dei comuni sopra citati:

Sui territori paludosi della sponda sinistra della Stura di Lanzo vennero edificati quattro ricetti: Nole, Villanova, Liràmo e, Grosso. Il ricetto è struttura difensiva medievale tipica della parte orientale del Piemonte.

– Dal sito del comune di Grosso Canavese –

La fondazione di Grosso si colloca nel tardo medioevo, probabilmente sul finire del XII secolo: il primo documento storico che nomina la parrocchia di Grosso è del 1209. Sui territori paludosi della sponda sinistra della Stura di Lanzo vennero edificati quattro ricetti: Nole, Villanova, Liràmo e, Grosso. Il ricetto è struttura difensiva medievale tipica della parte orientale del Piemonte.

I feudi delle terre che, dopo una bonifica dovuta a naturali cambiamenti climatici, divennero molto fertili furono affidati a vassalli imparentati con la schiatta dei marchesi del Monferrato. È probabile che non solo i signori, ma anche i primi coloni provenissero dal basso Monferrato o dal Vercellese, stanti alcune peculiari caratteristiche del dialetto. Insieme col ricetto, venne edificata una casa padronale, impropriamente chiamata “castello”: di ambedue le costruzioni, rimangono alcuni tratti della cinta muraria originale. Della stessa epoca è anche la fondazione della Chiesa parrocchiale, dedicata a San Lorenzo: nonostante numerosi rimaneggiamenti e ampliamenti – a partire dal 1719 – che ne hanno resa poco leggibile la struttura e la storia, la navata centrale è ancora quella della sua fondazione duecentesca. Dopo l’incendio (1326) del ricetto di Liràmo, alla parrocchia di Grosso furono assegnate anche quelle terre: da quel giorno, la Chiesa parrocchiale è intitolata ai santi Lorenzo e Stefano (Stefano era il patrono di Liràmo).

Nel territorio di Grosso insiste anche un’altra chiesetta, di almeno cent’anni precedente alla parrocchiale: è la chiesa di San Ferreolo, di fondazione benedettina. Essa fa parte di una sorta di camminamento prolungato dall’abbazia di San Mauro (alle foci della Stura di Lanzo) lungo il contrafforte dell’altipiano delle Vaude fino all’imbocco delle valli di Lanzo, ai margini dunque della pianura fluviale della Stura: questo cammino in terre semipaludose consentiva ai monaci benedettini sanmauresi di recarsi nelle valli, per evangelizzare le indigene popolazioni celtiche. In San Ferreolo (l’intitolazione al santo francese è trecentesca) sono stati rinvenuti negli anni ’70 pregevolissimi affreschi che gli studiosi hanno fatto risalire alla scuola svizzera di Reichenau.

Verso la metà del XVII secolo, la signoria di Grosso viene acquisita dal conte Francesco Armano (o Armani), medico ciriacese d’origine umbra, il quale fa radere al suolo l’antico “castello”, conservando tuttavia la cappella gentilizia presso la quale sostò, durante almeno una delle sue due traslazioni cinquecentesche da Chambéry a Torino, Sacra Sindone (alla quale la cappella è dedicata). In luogo dell’antica costruzione, l’Armano fa edificare una tipica dimora seicentesca, luogo di soggiorno e di delizie, memore forse di qualche ricordo mantovano che lo porta a far affrescare finanche una Sala delle Muse, destinata a performance liriche e musicali che probabilmente mai avvennero. Ad affrescare riccamente le sale di palazzo Armano, che domina la piazza principale, intervennero i Maestri Campionesi: rarissima testimonianza nel Piemonte occidentale della loro opera. Il palazzo Armano è di proprietà privata; dopo decenni d’incuria, è stato recentemente restaurato.

– Dal sito del comune di Villanova Canavese –

Le origini di questo Comune sono legate alla fondazione di centri abitati dotati di particolari privilegi e franchigie tra l’XI ed il XII secolo. Questi nuovi insediamenti prendono generalmente il nome Borgofranco, Villafranca o Villanova e si connotano poi per un’ulteriore specificazione geografica che in questo caso fu, fino al 1885, “di Mathi” e successivamente “Canavese”.

Le prime notizie sul paese risalgono al 1133, quando la comunità risulta affidata ad un presbiter (sacerdote investito del governo spirituale), mentre il potere civile era rappresentato dal Visconte di Baratonia, signore della castellania di Balangero, che comprendeva, oltre a Villanova, anche Mathi. Nel 1342 Giacomo d’Acaia concesse a Villanova nuove franchigie ed esenzioni, nonchè la possibilità di costruire un ricetto. La villa era andata infatti completamente distrutta pochi anni prima per cause belliche. Villanova continuò poi a far parte della Castellania di Balangero fino al 1584, sia pure mantenendo alcuni privilegi confermati nel 1378 e 1391.

Durante l’invasione francese del 1705, questa comunità fu particolarmente colpita da saccheggi e devastazioni. Nel 1927 il Comune fu soppresso e aggregato a Nole; riacquisì l’autonomia nel 1947.

Il centro del paese si sviluppa attorno alla piazza IV Novembre su cui si affacciano la chiesa parrocchiale ed il municipio. L’attuale chiesa parrocchiale, dedicata a San Massimo Vescovo, era in origine la chiesa del ricetto che caratterizzava molti dei borghi di nuova costruzione.

Nei documenti l’area fortificata di un paese viene spesso definita sia come receptum, sia come castrum o villa, anche nei casi in cui si riferisce semplicemente ad un borgo circondato da mura e non ad un castello vero e proprio. Ancor oggi la strada che fiancheggia su di un lato il perimetro dell’antico ricetto è denominata Via Villa (la via che inizia sul lato sinistro della chiesa).

Dopo il 1500 il ricetto risultò inutile in quanto con l’avvento delle armi da fuoco tale genere di difesa non era più adeguata.

Ben visibile in quel che fu il ricetto di Villanova esiste ancora la base di un torrione probabilmente utilizzato come torre di avvistamento. Anni fa si vedeva ancora la porticina che univa la torre con l’interno del ricetto; successivamente il muro è stato inglobato nella ristrutturazione di una casa.

In un documento dell’archivio comunale si legge che un ampio fossato cingeva il muro di cinta del ricetto; il fossato fu poi riempito e livellato concedendone l’uso ai privati che ne fecero richiesta.

Ora le nuove costruzioni hanno cambiato l’aspetto del paese, ma via Villa, l’antica via centrale del ricetto, conserva ancora in parte l’aspetto originario.

Anche Villanova , come ogni seppur piccolo paese, ha vissuto nei secoli vicende che ne hanno caratterizzato la storia. Quella della comunità villanovese è profondamente segnata dalle secolari vicende legate all’attraversamento della Stura, dai numerosi tentativi effettuati per collegare il centro con la frazione Prati, dalle penose disgrazie , dall’intraprendenza e dalla disperazione.

L’attraversamento dei corsi d’acqua è da sempre nodo essenziale delle vie di comunicazione ed è quindi stato in molte situazioni risolto già da tempo. Il caso di Villanova costituisce forse una vicenda emblematica di un passato che appare lontanissimo ma che è invece giunto fino alle soglie del 2000: un piccolo comune dal territorio diviso in due da un impetuoso torrente, la necessità di attraversamento non strettamente collegata ad altre più importanti vie di comunicazione hanno fatto sì che Villanova ottenesse un vero e proprio ponte solo negli anni Settanta.

E fino ad allora? I più anziani villanovesi forse ricordano ancora un periodo in cui esisteva addirittura un “porto”, altri soltanto le ultime “pianche” ed i più giovani, logicamente, conoscono solo l’attuale ponte.

La pianca, cioè la passerella, rimasta in funzione fino agli anni Sessanta del XX secolo, è perciò divenuta quasi un simbolo per la Comunità di Villanova.

I TUNNEL SOTTERRANEI

Nel Medioevo, si riscopre la “moda” di costruire nel sottosuolo

Perché scavare tunnel?
I motivi che spingevano i nostri avi a scavare passaggi sotterranei erano fondamentalmente tre, per rifugiarsi; per fuggire; per nascondere.

RIFUGI

Quelli appartenenti al gruppo “rifugio” sono di gran lunga i più diffusi, ogni castello, maniero, convento, abbazia e casa forte che si rispetti ne possedeva almeno uno. Si trattava di sotterranei simili a cantine, dalle forme prevalentemente geometriche, scavati nella terra, nella roccia o nel tufo, a seconda dell’ubicazione della dimora.
Non venivano rinforzati da mattoni o pietre e solitamente erano costituiti da camere alternate a corridoi. Non presentavano forme labirintiche ma ogni camera aveva spesse porte di legno robusto rinforzate da cardini e barre di metallo orizzontali per irrobustirne la struttura.

Talvolta potevano esserci anche diversi soldati a guardia dei passaggi. Solamente l’anticamera, in qualche occasione, presentava muri obliqui messi in modo da portare un agguato a chi avesse inseguito un fuggiasco.

L’accesso era nascosto all’interno della dimora, tramite passaggi segreti celati dietro a quadri, mobili girevoli, falsi muri, oppure nei giardini e nei cortili, dietro a siepi, all’interno di tronchi di alberi, nei pozzi dei cortili.
Importantissimo in questo tipo di sotterranei era l’areazione, in quanto, in caso di assedio le persone (anche diverse decine) sarebbero dovute sopravvivere per settimane. Per questo motivo vi costruivano stanze adibite a dispensa. Solitamente l’ingresso del sotterraneo portava ad un’anticamera dalla quale si poteva scegliere la via più opportuna, celata dietro a diverse porte di legno spesso. Le camere erano quasi sempre rettangolari, solamente nei locali molto ampi si aveva una forma circolare delle stanze.

Le volte erano a botte, sorrette da pilastri e mai in nessun caso si superavano i tre metri di altezza.
Sovente, percorrendo i corridoi, improvvise strettoie del passaggio compreso l’abbassamento del soffitto avrebbero ostacolato un inseguitore nei movimenti. Queste strettoie venivano poste in prossimità delle porte, in modo tale da renderne ancora più difficile l’abbattimento.
I sotterranei rifugio potevano ospitare anche centinaia di persone e potevano estendersi su più piani. In alcuni locali, specialmente nei tunnel francesi, sono stati trovati dei forni per cuocere il pane e delle cisterne per l’acqua che sgorgava da piccole sorgenti naturali.
Tramite pozzi e scale a pioli si potevano collegare a cavità naturali. La maggior parte di questi sotterranei si trovano in Francia, Austria, Germania e Spagna.
I passaggi più stretti che sono stati trovati misurano circa un metro per settanta centimetri, talvolta nei pressi dei quali si trovava un masso lavorato in modo da potere essere incastrato nel passaggio e bloccato dall’interno con dei cunei. Ingegnosi i nostri avi, no?
Qualcuno è anche in Italia, ma prevalentemente al confine, sulle Alpi. I sotterranei rifugio, comunque, sono in maggioranza grotte naturali adattate dall’uomo.

Le più diffuse, in Val di Susa, erano grotte druidiche scavate nei pressi di fiumi o torrenti, lontani dai villaggi dove gli uomini della setta potevano praticare di nascosto ed in pace i loro rituali.

CORRIDOI DI FUGA

I sotterranei di fuga, erano snelli e veloci. Visto che il loro compito era quello di portare il signorotto del castello o l’abate del monastero il più velocemente possibile fuori e lontano dalla sua sede, non avevano molte porte a loro difesa. Alternavano cunicoli bassi ed angusti ad altri più agevoli. Questo tipo di sotterraneo era ricoperto ed irrobustito da mattoni e pietre; la struttura labirintica serviva a sviare un eventuale inseguimento. L’interno era quindi fatto di murature a vista, spesso mista a pietre.Molti corridoi si ricongiungevano e, di solito, era solamente una la via d’uscita, un paio al massimo. Questa poteva essere a cento metri dal castello così come ad un paio di chilometri. L’ingresso poteva essere all’interno della struttura così come all’esterno, ad esempio in un pozzo nel cortile del castello o in una grotta nascosta da pietre e alberi, oppure celato dietro a qualche mattone all’interno di un camino del castello.

Spesso l’uscita portava in chiesette, cappelle, pozzi, fattorie, case sparse nelle campagne sottostanti al castello. Raramente vi erano cunicoli sufficientemente grandi da permettere il passaggio di una carrozza, ma comunque se ne sono trovati alcuni. Questi, però,  erano più usati per collegare un castello ad un altro. Anche in questo caso

NASCONDIGLI

I sotterranei nascondiglio venivano usati per nascondere oro e ricchezze non trasportabili. Durante il medioevo, si forgiavano piccoli e trasportabili oggetti di valore, una sorta di bancomat o carta di credito, che, in caso di assedio, potevano essere facilmente trasportati durante la fuga.
Differente per le ricchezze del re o del signorotto del castello, così come per l’abate, che avendo beni ingombranti e pesanti usavano nascondere i loro tesori e fuggire per poi recuperarli in momenti migliori. Non sempre labirintici, erano difesi da trappole e trabocchetti. Spesso l’areazione dei tunnel non veniva volutamente progettata in modo da rendere limitato il tempo di ricerca per uno che non conoscesse il punto esatto.

Spesso venivano studiati apposta per permettere il recupero del tesoro ed il ritorno in superficie in tempi piuttosto brevi e comunque al limite per chi, conoscendo la strada giusta e l’ubicazione delle trappole, potesse correre e tornare, prima di andare in debito di ossigeno. Molti tesori furono nascosti di fretta e quindi sepolti nelle cantine, sotto a caminetti, tra i merli o sotto alle finestre. In numerosi casi essi venivano riposti nello spessore dei muri.

VISTO IL TERRITORIO INTERESSATO DALLA RICERCA PARTIAMO DAL PRESUPPOSTO DI STARE CERCANDO DEI TUNNEL DI FUGA.

Mia nonna infatti, parlava di un tunnel che serviva, in caso di invasione del ricetto di Villanova Canavese, a scappare tra le mura del castello di competenza, ovvero quello di Grosso.

Oggi abbiamo uno strumento che ai tempi di mia nonna nemmeno era immaginabile, ovvero GOOGLE EARTH, ed è proprio con questo strumento che ho cominciato l’indagine…

– IL TRONCO VILLANOVESE

Ho dedotto che un tunnel di fuga, doveva essere il piu corto e lineare possibile, pertanto ho provveduto ad unire sulla mappa la chiesa di Villanova Canavese con il Castello di Grosso Canavese con una linea retta stimando un percorso del tunnel, per verificare se poteva esserci un fondo di verità:

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La sorpresa è stata grande, anzi direi enorme, nel notare che la stessa linea passa ESATTAMENTE sotto ad altre 2 cappelle!

Esaminiamo per tratti questa linea retta:

La partenza è La chiesa di San Massimo a Villanova Canavese, rimaneggiata moltissimo nel corso degli anni come spiega in modo molto accurato ed esaustivo la storia in 3 volumi del paese scritta a cavallo del millenio dalla Prof.ssa Emma Rhodes Giacoletto.

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– Chiesa parrocchiale di S. Massimo (già S.Anna) con in verde il presunto andamento del tunnel

A circa 250m lungo la traiettoria verde, troviamo la piccola chiesetta di S. Giuseppe:

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Continuando sull’ipotetico percorso del tunnel, dopo circa ulteriori 700m, incontriamo la strada provinciale, in quel luogo sorgeva la cappella dedicata a San Bernardo, abbattuta agli inizi del ‘900

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– A sinistra il percorso del tunnel, a sinistra antica cartografia del 1780 riportante la cappella di S. Bernardo abbattuta all’inizio del ‘900

Il tunnel poi continua per un Km circa prima di arrivare al castello di Grosso.

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A sinistra, l’ultimo tratto del Tunnel a Sinistra il Castello di Grosso, completamente abbattuto e ricostruito nel XVII secolo per volere della proprietà.

– A sostegno della presenza di un tunnel vi è l’allineamento delle chiese (come fossero delle porte d’accesso al mondo sotterraneo) ed i ricordi degli anziani e dei curiosi del paese

-A sostegno dell’assenza del tunnel vi è una grande Bealera (canale largo circa 2m) che taglia la linea verde praticamente davanti alla chiesa di S. Giuseppe, già segnata nella cartografia settecentesca (risalente al 1549), ovvero prima della costruzione della cappella stessa. Inoltre durante la costruzione delle varie abitazioni sulla traiettoria non è emerso nulla (o meglio… a volte si fa finta di non vedere alcune cose).

Se il tunnel esiste dovrebbe essere sicuramente più profondo della bealera (per evitare infiltrazioni di acqua dalla stessa direi almeno 5-6 metri dal livello della strada attuale.

– IL TRONCO NOLESE

Anche Nole Canavese, faceva parte della stessa zona di competenza ed anche in questo paese abbiamo delle leggende sulla presenza di alcuni tunnel che servivano ai contadini locali per rifugiarsi tra le mura del castello di Grosso,ho parlato con una persona (nemmeno poi tanto vecchio !!) che mi ha ASSICURATO che nella cappella di San Ferreolo in Grosso, era presente un tunnel in cui andava a giocare da bambino, tale cappella esiste ancora oggi e dopo decenni di abbandono e stata ristrutturata negli anni ’80 per portarla all’antico splendore.

Vorrei spendere due parole su questa cappella che reputo essere la costruzione più affascinante e “bella” (si, sono fan del romanico!) della zona.

LA CAPPELLA DI SAN FERREOLO (storia tratta dal sito del comune di Grosso Canavese)

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La chiesa romanica di San Ferreolo, a navata unica, è situata in aperta campagna, ai piedi delle grandi Vaude di Rocca e di Nole.
Essa appartiene alla Comunità di Grosso. Ha dipinti di notevole pregio, che per iniziativa dell’allora Parroco di Grosso, Don Giovanni Pugnetti, alcuni anni fa, furono restaurati dal pittore Cesare Perfetti di Torino.
La descrizione di questa cappella è sfuggita all’Olivero nella sua sempre preziosa opera sull’architettura romanica nell’arcidiocesi di Torino.
Per primo ebbe a parlarne Carlo Salvi, poi, e più ampiamente, Antonio Bellezza-Prinsi e, recentemente.
Augusto Cavallari Murat nella sua opera antologica intitolata “Lungo la Stura di Lanzo”.
Restano tuttavia da chiarire taluni aspetti storici ed artistici che valgono a spiegare la rarissima dedicazione, concorrendo a più precisamente datare la costruzione di tale chiesa e a darci una più verosimile idea sul committente e sulla scuola alla quale può essere appartenuto l’anonimo autore delle pitture murali.
È vero che non ci è pervenuta documentazione scritta che stabilisca l’anno in cui ebbe origine la costruzione di tale chiesa, ma questa ha una struttura edilizia e degli affreschi che, tenuto conto degli avvenimenti storici collegati col sorgere dell’Abbazia di Fruttuaria, ci spingono a datarla non oltre la prima metà dell’XI secolo

.9immagine ingrandita Abside chiesa romanica di San Ferreolo (apre in nuova finestra)

I muri in sassi a spina pesce, con mattoni di riutilizzo, gli archetti pensili della facciata e nei muri laterali, quelli con specchiature trinarie dell’abside, la copertura a capriate in vista, l’altare in laterizio, come si rileva dalle relazioni di visita pastorale, sono indicativi di una architettura benedettina così come l’Olivero ritiene lo siano le chiese di S. Maria di Spinerano di S. Carlo Canavese e di S. Martino di Liramo di Ciriè.
Inoltre ciò che resta degli affreschi primitivi, ad ornamento del catino dell’abside, e che suscitano al Cavallari Murat dei richiami alla scuola di Reichenau, sono di per sé indicativi della vetustà dell’edificio, e lo conferma la dedicazione concorrendo ad indicarci il periodo storico della costruzione. In un primo momento vien da pensare che si potrebbe condividere il pensiero esposto da Antonio Bellezza-Prinsi col ritenere probabile una prima diversa dedicazione: forse alla Madonna ed a S. Giovanni, in quanto dette figure sono dipinte in posto d’onore, ai lati del Cristo pantocratore dell’abside, cosicchè la dedicazione a S. Ferreolo sarebbe stata successiva.
La supposizione potrebbe essere avvalorata dal fatto che nella chiesa non esiste una immagine del santo e che dalla relazione di visita pastorale di Mons. Francesco Luserna Rorengo di Rorà, del 27 novembre 1771, tale immagine non risultava dipinta su un muro ma su una tavola che, al tempo della visita era scrostata ed indecorosa.
D’altre parte, come pure già rilevò lo stesso Bellezza-Prinsi, è da notare che nel 1386 la chiesa è già ricordata come dedicata a S. Ferreolo, e, insieme alle chiese di S. Lorenzo di Grosso Canavese, di S. Stefano di Liramo e di S. Martino di Ciriè, tra quelle che devono pagare il cattedratico alla Chiesa di Torino.
S. Ferreolo è un santo del III secolo, che fu evangelizzatore della Franca Contea, martirizzato circa il 212, sotto Caracalla, ma al quale, in Piemonte, non vennero dedicate molte chiese o cappelle oltre a quella in Grosso Canavese. Si tratta di un nome che non ha diffusione neppure nella nostra antica onomastica, ciò che spiega perché esso non compare neppure nel Lexicon nominorum virorum et mulierum dell’Egger , ed è soltanto elencato nel Calendario agiografico con la sola indicazione della data della festività.
Ora va detto che il culto di S. Ferreolo è legato alle antiche strade ed in particolare per quella che porta da Lione a Besancon, sempre località dell’antica Burgundia. Né la nostra cappella, anche se oggi più non appare, è avulsa dalla questione viaria se si tiene conto della “tenace tradizione locale” di una strada “di origine romana in antico collegante Ivrea, ossia lo sbocco della Valle di Aosta e Avigliana alle porte della Valle Susina, le due valli al di là delle Alpi; strada romana secondaria e quasi prealpina svolgente a pie dei monti” che passava davanti alla chiesa del piccolo borgo di La Pie di Liramo e quindi anche nei pressi di S. Ferreolo.
Degli affreschi romanici della chiesa di S. Ferreolo in Grosso Canavese, il Cavallari Murat ha dato una prima valida descrizione. Essi fortunatamente sono stati restaurati con vivo senso di rispetto, facendo soltanto opera di conservazione di ciò che il tempo ci ha lasciato, senza ridipingerli. Egli giustamente afferma che nella tecnica espressiva degli affreschi del catino absidale si sente calata la forza dell’arte compendiaria romana e l’esperienza bizantina. Lo denuncia in modo chiaro la figura del Cristo pantocratore, il dominatore di tutto, che campeggia al centro della conca absidale, assiso su un trono aulico ricoperto di broccato con un lungo e ricco cuscino, particolare, quest’ultimo, che è tipico della pittura latino bizantina.
D’altra parte si tratta della raffigurazione del Cristo quale la ritroviamo in molti saggi dell’esegesi iconografica dell’arte paleocristiana e medioevale dell’Oriente e dell’Occidente che oggi, dopo i molti studi sui monumenti medioevali non costituiscono più due mondi separati. È una raffigurazione che sintetizza il “Rex regnan-tium”, “Omnipotens” e “Omnijudicans”, secondo una espressione artistica che segue una continuità di pensiero dall’antico, anche se, necessariamente, non significa immobilità di espressione.
Se come osserva il Cavallari Murat questa decorazione dell’abside è “rara a trovarsi in Piemonte e sulle Alpi Occidentali””, dobbiamo però dire che era anche quella della vicina chiesa di S. Martino di Liramo di Ciriè.
Continuando l’esame delle pitture murali dell’abside della chiesa di S. Ferreolo notiamo che anche le figure particolarmente longilinee della Madonna e del S. Giovanni ricordano le longilinee figure bizantine, costituendo elementi per datare l’antica cappella edificata ai piedi della Vauda. Ma alla datazione contribuiscono pure le figure degli apostoli, disposte in fascia circolare tra le finestrelle dell’abside.
Esse ci richiamano alla mente gli affreschi di S. Michele di Trino, venuti in luce durante i restauri eseguiti in seguito ad un uragano del 1952, e quelli di S. Michele al Clivolo di Borgo d’Ale. Inoltre l’aspetto anagogico delle figure della cappella di S. Ferreolo in Grosso Canavese, reso evidente dalla posizione implorante delle mani degli apostoli, ha pure richiami vivissimi con quello delle figure della chiesa di S. Tommaso in Briga Novarese, che sono del principio dell’XI secolo e si devono a monaci pittori saliti, con molta probabilità, da Pavia, ove S. Maiolo aveva fondato e riformato alcuni monasteri benedettini di quella città.
Si tratta di pitture che si avvicinano a quelle dell’anonimo frescante di S. Ferreolo che inutilmente potremmo ricercare tra gli anonimi monaci vaganti usciti dai laboratori artigianali di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia e di Lucedio, all’opera dei quali, come sappiamo dai suoi biografi, ebbe a rivolgersi Guglielmo di Volpiano, di cui ricordiamo anche il fratello Goffredo abate della Novalesa e della dipendenza di Breme e che certamente ebbe rapporti anche con Fruttuaria, ove erano raccolti molti monaci e dalla quale dipendevano tanti monasteri, divenuta importante anche per diversi privilegi papali già della prima metà dell’XI secolo. La chiesa di S. Ferreolo di Grosso Canavese ha anche degli affreschi della seconda metà del Quattrocento.
In un riquadro della parete di sinistra è dipinta una Madonna che allatta il Bambino. Sotto tale dipinto affiora la data MCCCCLXXIL II pittore a causa dello slanciato svolazzo con cui ha iniziato la prima delle due X, in modo da unirla nell’alto alla gamba verticale della L che la precede, l’ha quasi modificata in una quinta C, così da far sorgere il dubbio che si tratti di altra data e cioè del MCCCCCXXII. Basta però un esame diretto per accorgersi dell’estrosità del pittore e che la vera data è 1472.
Con tale data stanno diverse argomentazioni. La forma dello stemma, inquartato di rosso e d’oro, che appare nell’affresco come quello dei Cavalieri, antichi feudatari di Grosso. committenti del dipinto, è tipicamente quattrocentesca, anche se la si trova nel Cinquecento. Il manto di una regnante, d’azzurro foderato da ermellino evidenziato dalle “moscature” di nero, che riveste la Madonna pare un chiaro omaggio alla Duchessa Jolanda, moglie del Duca Amedeo IX, figlia minore di Carlo VII re di Francia e di Maria d’Angiò.
Direi anzi che è onesta opinione il pensare che in tale immagine della Madonna, che dall’espressione del viso si presenta come una figura del tutto laica, vi siano le sembianze della Duchessa, secondo quello che era un po’ l’uso del tempo, tanto più che ella godeva di grande considerazione. Inoltre la data 1472 ha dei riferimenti importanti.
Essa corrisponde all’anno in cui tutti i baroni e rappresentanti delle Comunità invitarono la Duchessa ad assumere la reggenza dello Stato fino alla maggiore età del figlio Filiberto 36, ed all’anno nel quale Jolanda partorì l’ultimo suo figlio che era postumo di Amedeo IX deceduto nel marzo del 1472.
La data dell’affresco sta su una linea divisoria tra la figura della Madonna e quella sottostante di S. Bernardino da Siena predicante da un pulpito. Si tratta di un santo che lasciò larga fama delle sue predicazioni anche in Piemonte, ove venne nel 1418, per cui dopo la sua canonizzazione (1450) gli furono dedicate immagini ed intitolate chiese e confraternite, così come nella vicina chiesa di S. Giovanni Battista in Rocca Canavese ove S. Bernardino è pure raffigurato in un affresco del Quattrocento. Infine, ancora a S. Ferreolo di Grosso Canavese, vi sono dipinti raffiguranti il ciclo dei vizi e delle virtù, di chiara maniera quattrocentesca , delineati secondo uno schema pittorico comune, in quel tempo, ad altre chiese del Piemonte.

Per maggiori dettagli sui fantastici affreschi all’interno invito a leggere http://www.camminarenellastoria.it/index/ald_it_Pi_TO_3_Grosso.html

TORNANDO al nostro tunnel nascosto, anche qui ho provveduto a tracciare la solita linea retta (rossa) tra questa cappella (che si trova in una strana posizione, ovvero in apertissima campagna ancora oggi)

Questa volta però, non vi sono intersezioni con altre chiese o cappelle…

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Dopo aver esaminato attentamente la zona ho pensato alla cappella di San Ferreolo come una tappa intermedia (come a Villanova S. Giuseppe e S. Bernardo) e non come un punto di partenza… Anche qui, grande sorpresa nel notare che prolungando la linea rossa oltre San Ferreolo, si finisce esattamente sotto ad un altra chiesa…. la cappella di Madonna della Neve, in località vauda di Nole

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– Sopra il tracciato completo

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-Particolare del tratto San Ferreolo – Madonna della neve (da notare lo strano edificio circolare abbandonato in alto a destra…. sicuramente comparirà nel blog ;)) – a sinistra la chiesetta di Madonna della Neve.

Qui a sostegno dell’assenza del tunnel vi è il grande dislivello tra Madonna della Neve ed il resto del tracciato, località Vauda infatti di trova su una “Riva” di circa 30 metri.

– IL TRONCO di LIRAMO

Come detto all’inizio i ricetti erano 4: Nole, Villanova, Grosso e Liràmo, i primi tre sono ancora oggi presenti e ne abbiamo già parlato, per quanto riguarda Liràmo, la stora è diversa:

Liramo (Plebs Lirami) sorse accanto al “Castrum Cerreti” (Ciriè) fin dall’epoca romana. Si estendeva dalla antica chiesa di S. Martino fuori le mura di Ciriè per una larga zona di terreno compresa fra “la ripa di S. Apollonia, la ripa ad ovest del castello della Pie e la cappella di San Michele, sorta nel sec. XIV”.

Pure essendo una frazione di Ciriè, Liramo godette fin dall’inizio di una certa quale indipendenza: infatti nei documenti è sempre ricordato distinto da Ciriè.
Quando, per il diffondersi del Cristianesimo, il “Castrum Cerreti” divenne “Ciriacum”, la “Plebs Lirami” edificò la sua chiesa (sec. VII) dedicandola a S. Martino, ad una sola navata, a mo’ di fortezza, nella quale si rinchiudevano durante le incursioni nemiche gli abitanti di Liramo, che vivendo in case molto sparse non potevano essere difesi da mura. Verso il Mille sorse il castello, “castrum Plebis Lirami”, sulla sponda sinistra del torrente Banna, che servì da nuovo e più sicuro rifugio.
A quest’epoca furono pure aggiunte le due navate laterali alla chiesa di S. Martino. Questa chiesa però divenne ben presto scomoda, man mano che gli abitanti edificarono le loro case vicino al castello per poter essere maggiormente difesi: per cui, nell’ottobre del 1311, il vescovo Tedisio di Torino commise la cura d’anime alla chiesa di S. Stefano situata nell’abitato di Liramo, presso il castello, a metà tra il castello e la strada di Noie.

Per dote, alla nuova parrocchia di S. Stefano in Liramo assegnò una parte dei beni appartenenti al beneficio parrocchiale di San Martino e precisamente: una pezza di terreno (cinque giornate) in regione Nocebella ed un’altra in regione Bobio (“et in àotem as-signavit peciam terrete ultra Nucembellam et aliam àictam ad Bo-bium”).
Ma la nuova parrocchia avrà vita breve. Nel 1330 Liramo viene completamente incendiato e i suoi abitanti abbandonano il luogo, rimanendone solamente ventisei al castello della Pie e ventitre nei due cascinali posti sulla ripa di Liramo, vicino alla chiesa di S. Apollonia.
Allora la parrocchia di Liramo, rimasta quasi senza abitanti e con la chiesa semidistrutta, viene unita ed annessa, con la sua dote, alla parrocchia di S. Lorenzo di Grosso.
L’archivio arcivescovile di Torino ci conserva, datato 1° dicembre 1351, l'”atto di collazione della chiesa di S. Stefano di Liramo in coli’unione di S. Lorenzo di Grosso a Don Pietro di Noie, per rassegna del prete Guglielmo”; quindi, almeno dal 1351 (ma forse dal 1330) le due parrocchie di S. Stefano di Liramo e di S. Lorenzo di Grosso “si trovano unite” a formare l'”unica” parrocchia dei Ss. Lorenzo e Stefano di Grosso.
Nel 1356, Giacomo di Savoia, principe di Acaia, comprende nel territorio del Canavese {Canepitium) anche il castello di Balangero coi borghi di Mathi, Grosso, Villanova, Noie, Ciriè e S. Maurizio.
Da un censimento del 1359 Grosso risulta avere appena 16 fuochi, cioè circa 80 abitanti; mentre Liramo ne contava 33 (circa 165 abitanti).

OGGI di Liràmo resta ben poco, ma il castello con chiesa annessa è ancora li, nell’attuale borgata LA PIE’

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Era questa Casaforte, collegata con il resto del tunnel? e se si, come?

ho quindi censito e sgnalato le cappelle della zona trovando un altro allineamento…

Collegando Liramo con la chiesa di S.Giovanni (anch’essa in località Vauda di Nole) si incrocia la chiesa di San Firmino, nell’omonima borgata.

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Anche qui esaminando per tratti:

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A sinistra il tratto LIRAMO – SAN FIRMINO, a destra quest’ultima

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A sinistra il tratto SAN FIRMINO – SAN GIOVANNI , a destra quest’ultima

I tre TRONCHI sono quindi così inseriti sulla mappa (con inserite tutte le chiese/cappelle della zona ed, in verde i 4 ricetti)

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E se i ricetti fossero stati TUTTI collegati tra di loro, Senza che tutti i tunnel convergessero a Grosso?

Esiste un Quarto allineamento che unirebbe il ricetto di Nolecon quello di Villanova e passerebbe proprio sotto casa mia :D, ma credo sia un pò fragile, eccolo qui sotto.

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Questo quarto allineamento partirebbe dalla cappella di S. Rocco a Villanova Canavese (la cappella è stata abbattuta negli anni 30-40 del secolo scorso per far spazio alla strada, di essa resta solo l’antica abside e la statua del santo).

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passerebbe attraverso la cappella qui sotto sita in nole (stranamente arretrata rispetto alla strada… quasi a doverla per forza costruire li 🙂

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Per poi finire sotto a quest’altra cappella (S.Grato), sempre sita in Nole

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Gli allineamenti, non finiscono qui… il quinto parte dalla dalla cappella sopra, passa attraverso la chiesa di Nole Canavese e finisce nuovamente a Liràmo… chissà se anche questo è solo una coincidenza

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a sinistra il 5 allineamento, a destra la chiesa parrocchiale di Nole (ristrutturata da pochissimo dopo il crollo del campanile e della chiesa stessa avvenuti nel 2006)

ECCO QUI IL QUADRO COMPLETO

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Quanti di questi tunnel esistevano? e quanti di quelli che esistevano esistono ancora?

Forse dovremmo pensare che non solo posti rinomati è ricchi di turismo hanno misteri irrisolti e gallerie sotterranee è proprio laddove non si sa nulla che sta il bello… Il piacere della scoperta! come era sottotitolato il noto programma televisivo Voyager fino a qualche anno fa…

Mi piacerebbe poter visitare tutti quelli che ho rappresentato come punti d’accesso, con il rispetto che si deve ad un luogo sacro, per cercare di capire se effettivamente i nostri avi ” a l’eran pà foj! “.

Immaginiamo i ricetti nel medioevo, 4 borghi cinte da mura con il nulla intorno… come poter scappare da uno all’altro senza essere visti?

Forse qualcosa c’era davvero, forse davvero i bambini cattivi venivano rinchiusi nei sotterranei…

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