UN LUOGO, PER NON DIMENTICARE

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Durante il mio sopralluogo presso villa Arcozzi-Masino mi soffermai circa un’ora sul posto, nel frattempo la vita aeroportuale continuava, aerei in partenza ed in arrivo si alternavano sull’unica pista dello scalo torinese.

Mentre ero li, mi è venuto in mente un episodio che avevo quasi dimenticato e questo non è giusto, non è giusto dimenticare gli avvenimenti che hanno segnato in qualche modo le persone.

Il sottotitolo del blog è “Storie di luoghi dimenticati in Piemonte” ciò non significa solamente fabbriche fatiscenti o edifici in preda all’incuria, ma significa anche luoghi che, seppur dimenticati, hanno scritto una pagina, non sempre bella, di storia.

In questo post vorrei aiutarvi a ricordare e far conoscere a chi non lo sapesse un luogo, che l’8 ottobre 1996 alle ore 10.27 fu teatro di una catastrofe.

Io ero piccolino, frequentavo le scuole medie, quel giorno, uno dei miei professori non venne a lezione… era di S. Francesco al Campo, la motivazione fu che non potè venire perchè un aereo si era schiantato dietro casa sua… era una cosa che subito non ci colpì molto, pensavamo ad un piccolo Cessna privato o qualcosa del genere.

Arrivai a casa, mia madre non c’era, lei era infermiera e lavorava in pronto soccorso, all’ospedale di Ciriè, visto il ritardo, mio padre la chiamò e dopo vari tentativi riuscirono a parlarsi, ce lo disse lei… un aereo… un grosso aereo (il più grande esistente all’epoca) si era schiantato su S.Francesco… non vidi mia madre fino al pomeriggio successivo quando finalmente, sfinita, tornò a casa.

Ci raccontò la tragedia, da un altro punto di vista… mi raccontò dell’equipaggio, ferito nell’incidente, di nazionalità russa, lei non aveva mai visto un russo dal vivo e ne parlava con timore, la guerra fredda era finita da poco ed i russi erano ancora, per qualcuno, i cattivi…

Mi racconto che alcuni avevano solamente sete, ad altri dovettero togliere chili di letame dalle narici, ad altri ancora, la pelle veniva via insieme ai vestiti a causa delle ustioni… ancora tremo ai racconti di mia madre…

Ma raccontiamo i fatti: è l’8 ottobre 1996 sono le 10.27 del mattino l’ Antonov 124 Ra 82O69 è scomparso dai radar della torre di controllo dell’ aeroporto di Caselle. Nello stesso momento Vincenzo Panetta, 52 anni, che strappava gramigna nell’ orto della sua palazzina sulla collinetta di San Francesco al Campo, a poco più di mezzo chilometro dal limite delle piste dello scalo torinese, ha sentito sibilare il cargo russo sulla sua testa, sfiorare una tettoia e puntare verso cascina Martinetto. Rosina Provenzano che era nella cucina della sua casa di fronte al cascinale ha udito soltanto uno schianto e un immediato boato.

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a sinistra un Antonov 124 in fase di decollo mentre a destra proprio l’Antonov 124 Ra 82O69 schiantatosi quel giorno su S.Francesco al Campo.

Fiorentino Martinetto e sua moglie Maria Perucca, entrambi di 55 anni, scesi a quell’ ora nella stalla per accudire alle loro quaranta mucche, non si sono accorti di nulla. L’ ala del quadrimotore russo (392 tonnellate, il più grande dei cargo volanti) che, precipitando in fiamme, ha sventrato i due piani della loro casa finita di ristruttare appena un anno prima, li ha sepolti tra le rovine della stalla, tra vacche e capre agonizzanti. I loro corpi straziati saranno recuperati solo nel tardo pomeriggio dopo ore di scavo senza sosta delle squadre dei vigili del fuoco. Si è consumata in una manciata di secondi la sciagura aerea di San Francesco al Campo che è costata la vita di due piloti russi e dei coniugi Martinetto, contro la cui casa si è abbattuto il veivolo. Ma l’ incidente poteva avere un bilancio ben più grave: dei ventitré passeggeri dell’ Antonov otto sono rimasti illesi e sono fuggiti dalla carlinga in fiamme attraverso la scivolo d’ emergenza, altri tredici, ritrovati tra i rottami, sono finiti all’ ospedale. Al più grave sarà amputato un piede. Finiscono al pronto soccorso anche Giovanna Perrucca, la sorella di Maria, che, al momento dello schianto, stava attraversando il cortile per far visita ai parenti e Gaetana Farinelli, sorpresa nella sua cucina. L’ Antonov 124 era partito alle 8.15 (ora di Mosca, le 6.15 in Italia) dalla capitale russa. Il cargo, costruito nel ‘ 93 e con appena due anni di servizio sulle spalle, aveva a bordo ventitré passeggeri: sei membri dell’ equipaggio, sei piloti e tecnici “di riserva” e undici tra meccanici e operai. La sua missione, affidatagli da un broker inglese, era quella di caricare allo scalo torinese 50 tonnellate di auto (tra cui 5 Ferrari, alcune Bentley, diverse Jeep Cherokee) “preparate” da Pininfarina e dalla MTK tedesca e destinate al sultano del Brunei. Auto superlussuose, alcune con i predellini in argento. Alle 10.26 l’ aereo arriva sulle piste di Caselle. Oleg Pripouskov, il pilota, inizia la manovra di atterraggio. Solo a pochi metri dal suolo si rende conto che la pista è troppo corta. Ai soliti 3.300 metri ne mancano più di 350 per colpa dei lavori di ristrutturazione dell’ impianto luminoso, iniziati in agosto, che obbligano i piloti all’ atterraggio “a vista”, senza poter contare sull’ Ils, Instrumental landing system, il sistema di pilotaggio automatico. “Velocità, velocità” sono le ultime parole di Oleg Pripouskov che cerca di ripetere l’ atterraggio ma che, insieme al copilota Alexandre Ougroumov, non riesce a far riprendere quota all’ Antonov. Il cargo sfiora una scuola, ondeggia verso il municipio e la chiesa colma in quel momento per un funerale, poi vira verso destra. Trancia il fusto di un pino, perde il piano di coda sinistro e il carrello binario su una delle prime case di San Francesco, scoperchia un’ altra casa con un’ ala e infine si schianta in fiamme sulla cascina dei Martinetto, in via Bruna, una manciata di case sparse al limite di San Francesco al Campo. Oleg Pripouskov e Alexander Ougromov muoiono sul colpo. I loro compagni fuggono dall’ aereo in fiamme gettandosi dallo scivolo d’ emergenza. I primi soccorritori trovano cinque russi che si aggirano inebetiti dal terrore tra i rottami. Sono sotto choc ma non hanno un graffio. Pochi minuti dopo la tangenziale di Caselle è intasata dalle autopompe dei vigili del fuoco, dalle ambulanze mentre polizia e carabinieri cercano di coordinare i soccorsi e allontanare i curiosi. In via Bruna è il momento del dolore dei sopravvissuti. Giusi, la figlia di 19 anni di Fiorentino e Maria Martinetto, lascia di corsa la scuola, ma suo fratello Mauro, un elettrauto di 25, lo blocca prima che possa raggiungere le rovine della casa dei genitori. Si scava per ore tra le macerie, con il pericolo che i 12mila litri di kerosene ancora nel serbatoio dell’ Antonov si incendino. Non si possono usare gli schiumogeni, si lavora di pala e piccone, qualcuno usa le mani mentre con il geofono i vigili del fuoco cercano di raccogliere un lamento. Un sospiro blocca i lavori. E’ un gattino rosso, scampato miracolosamente. Insieme a due mucche è l’ unico superstite della stalla. Nel tardo pomeriggio un vigile nota il cadavere di Fiorentino Maretto, sepolto con le sue mucche, sotto le macerie. Qualche metro più in là c’è Maria, sua moglie.

Il relitto dell’aereo rimase li, piantato nelle case per circa un anno, molti, compreso il sottoscritto, andarono a vederlo, a vedere quella bandiera russa sulla coda dell’aereo che aveva portato devastazione in quell’umido mattino di ottobre di quasi 20 anni fa; e se scriviamo oggi questo post è perché è giusto non dimenticare…

 

Ecco il luogo dello schianto:

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ed immagini d’epoca (gentile concessione Alessandro Fortina)

 

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