L’ABBADIA DI STURA

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Ogni giorno, dalla finestra del mio ufficio, guardo quel campanile massiccio, a pianta quadrata che punta dalla zona industriale.

La sua altezza lo fa svettare su tutti gli edifici adiacenti, posso intravedere i resti di un vecchio orologio che ormai da tempo non c’è più, sto parlando del campanile del complesso dell’Abbadia di Stura.

Per mesi ho provato a contattare chiunque potesse farmi entrare e documentare lo stato di degrado ed abbandono che sicuramente un posto come questo non merita, ma nessuno è disposto a condividerlo, non mi sbilancio mai ma purtroppo in questo caso devo dirlo, lo stato in cui versa deve essere una vergogna per Torino.

Non tanto per lo stato di degrado (la struttura ricordo è in mano a privati) ma perché nel dopoguerra è stato malauguratamente sottovalutato ed inserito nel piano regolatore all’interno di un’area industriale che nel frattempo è cresciuta, risucchiando questo pezzo di storia….

La storia.. già… eccola:

Situata in Strada Settimo, al confine del Comune di Torino, il complesso dell’Abbadia di Stura ha origini riconosciute che risalgono al 1146, per iniziativa di tale Pietro Podisio, giureconsulto torinese, che donò ai monaci di San Benedetto di Piacenza dei beni per la fondazione di un ospedale che avrebbe preso il nome di San Giacomo di Stura.
Il complesso dell’abbadia comprendeva la chiesa e le strutture ospedaliere e quelle di accoglienza per i pellegrini, oltre a cascine e ai mulini.
La torre campanaria era alta ventiquattro metri, con decorazioni in cotto. Al nucleo più antico della costruzione, costituito dal campanile, dal chiostro e dalle absidi della chiesa, si affiancano le innumerevoli stratificazioni dei secoli successivi.

L’Abbadia, dopo la prosperità dell’istituzione conventuale nei secoli del Medioevo, viene ceduta nel 1421 al vescovo di Torino con Bolla di Papa Martino V, costituendone una delle principali fonti di reddito.

Nel 1867 tutti gli edifici e possedimenti, eccetto la chiesa e le pertinenze parrocchiali, sono acquisiti dal Demanio dello Stato, e venduti nello stesso anno al banchiere Vincenzo Ceriana.

Negli anni seguenti il complesso viene ristrutturato nella manica prospettante la Strada di Settimo, con interventi funzionali alla azienda agricola.

La chiesa parrocchiale di San Giacomo di Stura, fino ai primi anni del Novecento, costituiva un riferimento sociale e religioso per l’ampia comunità delle zone di Falchera e Bertolla. I bombardamenti interessarono anche la chiesa,  nell’estate del 1943.

Nel dopoguerra, nel Piano Regolatore Generale Comunale di Torino del 1959, il complesso abbaziale non risulta più individuato e viene invece definito come un contesto a vocazione industriale.
Le strutture dell’Abbadia sono frazionate tra diversi privati, e quelle non funzionali agli scopi manifatturieri vengono lasciate in stato di  abbandono.
La chiesa nel 1954 è dichiarata inagibile, nel 1960 è sconsacrata, e nel 1972, il colpo di grazia arriva per via di un incendio.
Attualmente parti dell’Abbadia sono adibite a uso residenziali e altre ad attività produttive e commerciali, mentre porzioni della struttura permangono in stato di degrado.

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