IL FARO GUIDA

Se da una finestra del mio ufficio, ogni giorno, vedo il complesso dell’abbadia di Stura, dall finestra dell’ufficio di fronte, un’altra costruzione che mi ha da sempre incuriosito si innalza sopra i tetti circostanti, facendo alcune ricerche scopro che la costruzione fa parte di un complesso ben più ampio di quanto pensassi.
La costruzione è molto simile ad un faro, una di quelle guide che le imbarcazioni utilizzano per l’orientamento marino. Ma cosa ci fa un faro nel bel mezzo di Torino?
In realtà non si tratta di un faro ma di una vecchia torre piezometrica, il mare c’entra comunque, infatti faceva parte del complesso della SNIA (Società di Navigazione Italo Americana).
Nel luglio del 1917 Riccardo Gualino, personalità molto nota negli ambienti finanziari piemontesi, fonda a Torino, insieme a Giovanni Agnelli, la Società di Navigazione Italo Americana (SNIA), con capitale sociale di 5.000.000 di lire, che ha come scopo principale il trasporto di combustibile dagli Stati Uniti all’Italia.
Questo tipo di attività subisce una flessione subito dopo la fine del conflitto mondiale. Infatti sui mercati mondiali si assiste ad un considerevole aumento di naviglio non più necessario ai bisogni di guerra e disponibile a quelli di pace: ovunque i noli di imbarcazioni sono orientati al ribasso e quindi “vengono sostanzialmente a mancare quegli specifici scopi per cui la Società è stata costituita” [Uffici Stampa Snia Viscosa, 1970].
Così, nel 1919, la Snia muta il nome originario in quello di Società di Navigazione Industria e Commercio, in relazione al nuovo interessamento per la produzione e il commercio di fibre tessili sintetiche che, insieme al “tradizionale” ramo marittimo in cui l’azienda continua ad operare, costituisce una nuova ed importante attività.
L’anno successivo la crescente domanda di nuove fibre sintetiche sia sul mercato nazionale che su quello estero, spinge i dirigenti della Snia (guidata da Gualino) a investire risorse sempre più ingenti in questo settore produttivo. Nell’ambito della nuova strategia di mercato si inserisce non solo l’aumento del capitale portato alla ragguardevole cifra di 200 milioni di lire, ma soprattutto l’acquisto (con il conseguente controllo azionario) della Società Viscosa di Pavia, gestrice del secondo stabilimento italiano (costruito nel 1905) di fibre chimiche, dell’Unione Italiana Fabbriche Viscosa con stabilimento in Venaria Reale, della Società Italiana Seta Artificiale (che permette di acquisire la licenza per la fabbricazione della seta artificiale in Italia) a Cesano Maderno e di complessi di minori dimensioni come il Setificio Nazionale e i Calzifici Italiani Riuniti, con stabilimenti dislocati in varie località dell’Italia settentrionale.
Questo processo di espansione indirizza quindi la società a concentrare la propria produzione nel comparto delle fibre chimiche, mutando, per la terza volta, la propria denominazione in quella definitiva di Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa (comunemente conosciuta come SNIA Viscosa).
Guardare esclusivamente al mercato delle fibre artificiali, vuol dire compiere un grande sforzo su due fronti, quello della produzione e della competitività.
La produzione richiede crescenti aumenti, in virtù di un allargamento del consumo a sempre maggiori cerchie di persone che (a fronte di redditi sempre meno elevati) tendono a sostituire “la seta, tipico prodotto di lusso, con la seta artificiale, destinata a soddisfare le esigenze di larghe masse di consumatori” [Uffici Stampa Snia Viscosa, 1970]. Per soddisfare le richieste del mercato, occorre però essere in grado di raggiungere e mantenere un elevato livello di competitività (che permetta anche di affrontare la concorrenza), operazione che richiede grandi disponibilità finanziarie e stabilimenti all’avanguardia. Ecco perciò che nel 1924 il capitale sociale è alzato a 600 milioni di lire che, l’anno successivo, salgono ad un miliardo (cifra mai raggiunta da nessun’altra impresa italiana) e, parallelamente, l’azienda provvede non solo ad ampliare e ad ammodernare gli impianti di Pavia, Venaria Reale, Cesano Maderno, ma anche all’installazione di un nuovo grande complesso a Torino.
Così nel 1925 in località Abbadia di Stura inizia la costruzione dello stabilimento torinese che entrerà in funzione nel 1926: una struttura di dimensioni prorompenti che si estende su una superficie di due milioni di metri quadrati comprendenti le terre di alcune cascine della zona e quelle (ben più numerose, si calcola all’incirca un milione e mezzo di metri quadrati) cedute all’azienda dall’Abbadia di San Giacomo.
La scelta degli azionisti di edificare il fabbricato industriale nella periferia nord torinese non è lasciata al caso, ma è anzi il frutto di un ragionamento preciso e mirato che ha al centro tre motivazioni di fondo: una tecnica, ossia la vicinanza al complesso Snia di Venaria, una economica, ricondotta al valore finanziario del sito vista la sua adiacenza alla già programmata autostrada Torino-Milano ed infine un’esigenza puramente padronale, ovvero quella di allontanare la fabbrica dalla città (la distanza dell’opificio dalla città è infatti di circa 6 chilometri) al fine di isolarla da tutte le altre realtà produttive cittadine per evitare alle maestranze i contatti con i lavoratori delle varie industrie torinesi.
Maestranze che trovano lungo il corso Vercelli, in prossimità dello stabilimento e connesso alla sua presenza, un villaggio operaio destinato ad accoglierle.
La politica del paternalismo aziendale intrapresa dalla Snia tocca con la realizzazione di questo villaggio uno dei punti di maggiore spessore. Il complesso residenziale è infatti destinato ad ospitare, in rigoroso ordine gerarchico, tutti i dipendenti: nel primo caseggiato abitano le autorità, nel secondo trovano spazio i negozi e i sorveglianti, nel terzo i capisquadra, i capi reparto e gli autisti e nei rimanenti gli operai e le loro famiglie.
Si tratta però di una “cattedrale nel deserto”, poiché le abitazioni sorgono nel totale isolamento della periferia torinese. La scelta, ancora una volta, non è però occasionale: la costruzione del villaggio nell’estrema periferia ribadisce il concetto di separazione, di estraneità e di divisione della fabbrica e delle sue maestranze dal resto del proletariato e delle industrie cittadine. Una separazione che vuole portare alla creazione di una manodopera aristocratica che lontano dalla città, dagli altri insediamenti produttivi e, soprattutto, dagli altri insediamenti operai, non rischi di essere “contagiata” garantendo alla Snia “un lavoro in piena concordia con intenti fervidi e disciplinati”. [P. Morini, D. Scampolini, E. Seminara].
Il progetto iniziale è faraonico, tanto da poter competere con i più rilevanti villaggi operai della seconda metà del XIX secolo, e prevede la costruzione di undicimila vani destinati ad accogliere quindicimila operai. Invece la realtà si presenta da subito ben diversa e il programma subisce una drastica limitazione che oltre a ridurre sensibilmente il numero dei vani da costruire (576 per i circa 800 dipendenti) comporta anche un peggioramento delle condizioni abitative dal momento che né all’interno e né all’esterno dell’agglomerato è realizzata alcun tipo di infrastruttura (eccezion fatta per una chiesa, un lavatoio e pochi negozi adibiti alla vendita dei generi di prima necessità), con conseguenze molto negative sulle caratteristiche dell’area che si trova così ad essere privata dei servizi e isolata dal resto della città.
Nel 1927, la Snia, che nel frattempo ha acquisito il controllo del Gruppo Seta Artificiale (con stabilimenti a Magenta e Varedo), allarga la propria presenza sul territorio cittadino impiantando in Borgo San Paolo, un’altra struttura destinata alle lavorazioni meccaniche.
Due anni più tardi, nel 1929, la Snia si trova a dover affrontare la grande crisi economica in gravissime difficoltà finanziarie a causa delle eccessive scelte speculative che caratterizzano l’ultimo periodo della gestione di Riccardo Gualino che nel 1930 è sostituito alla presidenza da Senatore Borletti al quale si affianca in qualità di direttore generale Franco Marinotti, che bene conosce i problemi del tessile grazie all’esperienza maturata in alcuni paesi dell’Est europeo (Russia e Polonia).
Da questo momento il nome di Marinotti (che nel 1937 diventerà presidente) si lega ai successivi sviluppi raggiunti dalla Snia che, grazie al raggiungimento di un solido equilibrio finanziario, è in grado di promuovere ricerche per ottenere nuove produzioni di fibre tessili fino ad ora limitate principalmente al raion.
Nel 1931 la Snia è così la prima azienda a fabbricare il fiocco, un tipo di fibra corta che può essere filata anche dalle imprese tessili, seguito da altre innovazioni come il lanital (particolare tipo di lana artificiale ottenuta con la lavorazione della caseina), la merinova, il koplon, il lillion e l’acetato, per citare solo alcuni tra i principali prodotti.
Tra il 1930 e il 1936 la produzione di fiocco e raion passa da 11,5 milioni di chilogrammi a 47 milioni di chilogrammi e, contemporaneamente, si assiste ad un notevole aumento del capitale sociale che raggiunge quota 345 milioni nel 1935, 525 milioni nel 1937 e 700 milioni nel 1939 (anno in cui si registra l’acquisizione di un altro grande gruppo industriale, e cioè della Compagnia Industriale Società Anonima Viscosa, la Cisa Viscosa, di Roma).
Alla vigilia del conflitto mondiale la Snia si presenta quindi come un’azienda in continua espansione che a Torino occupa nei due stabilimenti poco meno di 2.000 persone:1.350 nel complesso di Torino Stura adibito alla produzione di fibre tessili ed artificiali e 620 in quello di via Frejus 26 utilizzato per le lavorazioni di tipo meccanico.
Una buona percentuale di questa forza lavoro proviene dal Veneto che costituisce per l’azienda, fin dai primi anni della fondazione, un importante bacino di reclutamento della manodopera. A questo proposito è indicativa la testimonianza di un anziano operaio del complesso di Torino Stura che ricorda come a partire dal 1928 “la Snia veniva nel Veneto, dove a quell’epoca c’era tanta disoccupazione, a reclutare manodopera. In pratica la Snia è venuta a prelevarci e ci ha portati su. In un primo tempo chi non aveva le possibilità di prendere casa, perché gli affitti erano allora abbastanza alti, poteva andare nel dormitorio dentro la Snia stessa dove si poteva usufruire anche della mensa. Così, volenti o nolenti, siamo stati obbligati ad accettare questa condizione, fatta di tanto lavoro nocivo”. [E. Miletto, 2002].
La rilevante presenza tra i dipendenti di individui immigrati dal Veneto caratterizza oltre all’ambiente di fabbrica anche la composizione demografica delle case Snia, dove la componente veneta (che è sempre stata maggioritaria se si considera che ancora negli anni ‘50 le famiglie non venete sono appena 5) non perde le proprie tradizioni se è vero, come racconta la figlia di due operai della Viscosa che “al sabato sera si spostava la tavola in cucina, venivano parecchi del villaggio e si faceva la focaccia veneta, si ballava e si festeggiava la fine della settimana”. [Natalia M., 2002].
Una manodopera che si adatta comunque a condizioni di lavoro molto pesanti (specialmente dal punto di vista della salute poiché l’elevata presenza di sostanze chimiche all’interno del ciclo di lavorazione rende il lavoro molto nocivo) e sulla quale, durante la guerra, non sembra fare presa la strategia dell’isolamento e della lontananza dal resto dei lavoratori cittadini adottata dalla direzione. Infatti le maestranze dei due stabilimenti della Snia Viscosa prendono parte alle agitazioni promosse dagli operai torinesi tra il 1943 e il 1945.
Nel marzo del 1943 la quasi totalità dei lavoratori del complesso di Borgo San Paolo partecipa allo sciopero. Uno sciopero che pochi anni più tardi, una lettera del Cln Centrale Snia di Milano (datata 3 ottobre 1945) definisce “effettivamente politico” con i conseguenti provvedimenti “frutto di una rappresaglia politica: il direttore dello stabilimento disponeva per il licenziamento di 120 operai che furono tutti, per rappresaglia, richiamati alle armi”..
Un contesto simile si ha un anno dopo, in occasione dello sciopero generale del 1 marzo 1944, nello stabilimento di Torino Stura, dove alla massiccia adesione dei lavoratori la direzione risponde con una dura repressione, permettendo prima ai tedeschi di compilare un elenco di nomi di operai da mandare in Germania con l’accusa di “sobillatori di scioperi” [Aisrp, E 84 c] e poi, alla fine delle agitazioni (6 marzo 1944), attraverso un’opera di delazione rendendo noti i nomi di alcuni organizzatori alle autorità fasciste “che in squadre effettuano più arresti”. [Aisrp, E 84 c].
Dichiarata fabbrica ausiliaria all’inizio degli eventi bellici (quando le fibre sintetiche, fino ad allora destinate a cerchie ristrette di consumatori, iniziano ad essere impiegate su vasta scale nella produzione di tessuti di massa) la Snia deve affrontare negli ultimi anni del conflitto una situazione di incertezza e precarietà caratterizzata dai bombardamenti che tra il 1942 e il 1943 si abbattono prima sullo stabilimento meccanico (22 novembre 1942) “distruggendolo quasi completamente (uffici, disegni, stampe, gabinetto fotografico e attrezzature fotografiche)” [Aisrp, E 85 a] e poi, solo parzialmente, su quello di Abbadia di Stura colpito nel reparto falegnameria (che però è staccato dal resto del complesso che non subisce così danni ingenti) e, soprattutto, dalla difficoltà di reperimento delle materie prime che costringono gli impianti, negli ultimi mesi di guerra, a cessare la produzione. La presenza dei lavoratori si riduce così ad un solo fatto fisico: si recano in fabbrica una volta alla settimana e stanno “solo lì senza lavorare, ma risultava che eravamo dipendenti comunque e i tedeschi non ci potevano neanche toccare perché la Snia era considerata ausiliaria”. [test. Biagio T.].
Perciò, quando nell’aprile del 1945 Torino è pronta per l’insurrezione, l’azienda è inattiva da tempo con una minima presenza di operai che comunque presidiano la fabbrica difendendo gli impianti e svolgendo “attività patriottica” [Aisrp, E 84 c].
Al termine del conflitto la Snia Viscosa riesce a riprendere la produzione che si attesta nuovamente su valori soddisfacenti. A Torino però non arrivano i benefici di questa risalita visto che nel 1954 il complesso di Abbadia di Stura chiude i battenti e in tutto il Piemonte l’azienda mantiene operativo il solo stabilimento di Venaria, decidendo di cedere la struttura di corso Vercelli alla Michelin che con il nome di Michelin Stura lo utilizzerà fino ai primi anni ’80.
Oggi sulla stessa area, al posto dei vecchi capannoni industriali, sorge un grande ipermercato.

 

 

 

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