Madonna delle Vigne: il punto di vista di Roberto Volterri

Durante la mia indagine sul mistero del piccolo santuario, come scrivevo nel post precedente, mi sono confrontato con degli esperti in materia di archeologia, uno di questi è Roberto Volterri che, nel suo libro “Gli stregoni della Musica” parla proprio di Madonna delle Vigne.

Per chi non conoscesse Roberto Volterri… Nato a Roma, laureato in archeologia, conduce ricerche di carattere archeometallurgico in ambito universitario. A partire dai primi anni ’60 si è occupato di apparecchi elettronici dedicati alla ricerca ESP, poi descritti nei libri “Psicotronica” (1976), “Enigma uomo” (1977) e “Alla ricerca del pensiero” (1979), tutti e tre pubblicati dalla Sugarco ed in corso di riedizione aggiornata. Autore di moltissimi articoli su riviste specializzate, ha partecipato e partecipa a varie trasmissioni radiotelevisive sia su reti RAI che su reti private.

qui una lista delle sue pubblicazioni:

https://www.macrolibrarsi.it/autori/_roberto_volterri.php

Avendo avuto un placet a pubblicare un’estratto dell’opera riporto qui di seguito l’articolo.

Come si può leggere i punti di contatto con i post di Piemonte Fantasma sono molteplici, soprattutto con l’ultimo.

Ringrazio Roberto per la sua grande disponibilità e per la passione e l’entusiasmo che traspare dalla nostra corrispondenza.

LO SPARTITO DEL DIAVOLO

Articolo e fotografie di: Roberto Volterri – volterri@mec.uniroma2.it

Lucedio

Ben si sa che alla base di ogni leggenda c’è (quasi) sempre qualcosa di vero…
Ben si sa che l’umana fantasia non ha limiti nettamente definiti e che basta sussurrare – d’inverno, davanti alla scoppiettante fiamma di un caminetto – tenebrose storie di fantasmi, di streghe, di maledizioni, di infernali Sabba, per dare corpo e veridicità a eventi accaduti (forse) qualche secolo prima.
Eventi o leggende in cui la dimensione trascendente ha ceduto il posto a una ben più immanente, una dimensione in cui lo “sterco del Demonio” ha prevalso su qualsiasi  altro valore, sulla legittimità o meno delle azioni intraprese in un lontano passato per preservare patrimoni fondiari di non trascurabile consistenza.
Così, la presenza di uno strano spartito musicale affrescato in una chiesa del nostro Bel Paese – in base a ricerche da noi fatte sembrebbe proprio un unicum – ha dato la stura a più di un racconto in cui la Musica assume demoniache valenze, in cui le note, a seconda della sequenza con cui vengono suonate, avrebbero effetto apotropaico o, al contrario, fungerebbero da maledizione nei confronti del povero organista e, naturalmente, degli sventurati astanti. Quindi, se vi recaste dalle parti di Trino Vercellese non dimenticate a casa la valigetta del “Piccolo Esorcista” e verificate che l’aglio e gli altri ammennicoli non abbiano superata la data di scadenza!

Trino Vercellese, molto tempo fa…

Qui, nei primi decenni del XII secolo – esattamente nel 1123 – alcuni monaci cistercensi che provengono dalla Francia, dal monastero di La Fertè a Chalon˗sur- Saône, approfittano della generosità del marchese Ranieri I del Monferrato, il quale concede loro dei terreni paludosi da bonificare, ed erigono un importante complesso abbaziale.
Passano molti secoli e avvengono vari mutamenti riguardanti la proprietà dell’intera area e del complesso religioso in particolare…
Dopo la caduta di Napoleone, ad esempio, insorge una controversia tra l’ultimo proprietario dei vasti territori, Camillo Borghese, e la famiglia Savoia. Così, come spesso accade, l’intera proprietà viene suddivisa in lotti e venduta ad altolocati personaggi, tra i quali il padre di Camillo Benso conte di Cavour.
Il lotto comprendente il complesso abbaziale viene acquistato dal marchese Giovanni Gozzani di San Giorgio, il quale dopo qualche anno lo cede al duca Raffaele de Ferrari di Galliera, genovese, dalla famiglia Savoia poi nominato Principe.
La qual cosa dà vita all’attuale Principato di Lucedio, oggi appartenente alla famiglia Cavalli d’Olivola.


L’intero complesso abbaziale del Principato di Lucedio.

Terminate le più che elementari informazioni sulle vicende storiche del territorio a cui ci stiamo (con prudenza…) avvicinando, torniamo indietro di poco più di un chilometro dal Principato di Lucedio e rechiamoci presso la chiesa della Madonna delle Vigne intorno a cui si mormorano leggende… da brivido.
In realtà, chi scrive vi si è avvicinato in più di una occasione, scoprendo ogni volta nuovi elementi di indagine che, almeno in parte, ridimensionerebbero la “stregonesca” fama aleggiante intorno a questo edificio religioso.
Valigetta del “Piccolo Esorcista” alla mano, entriamo di soppiatto nella chiesa… Guardiamo in alto verso la volta del campanile a pianta ottagonale e riflettiamo sul fatto che quando esso fu edificato la struttura ottagonale non era molto diffusa.
Una labile, labilissima, stranezza, forse, ma non di certo un mistero.
Proseguiamo nella visita meditando ancora sull’orientazione della chiesa – ingresso verso Sud – e sul formarsi, così facendo, di un possibile crocefisso capovolto
Altra stranezza – ce ne sono tante sul patrio suolo – comunque un mistero di tono minore.
Poi, con un minimo di fantasia in più pensiamo che forse  – come si mormora soprattutto per le chiese del Principato di Lucedio – anche qui stiamo camminando su un’intricata rete di cunicoli che porterebbero a varie località del Monferrato.
Va bene, va bene, ma nei secoli andati – ma non per le chiese – ci si premuniva sempre per organizzare una via di fuga in caso di assedio sine die!


La strana chiesa, abbandonata, della Madonna delle Vigne, a Lucedio.


Nella foto come era nel 1959 quando la rigogliosa vegetazione non aveva ancora preso il sopravvento…

La chiesa è stata ricostruita verso la fine del  XVII secolo – più esattamente intorno al 1696, su progetto di Antonio Bertola (1647-1715) e ha subito successive modifiche dovute a Giovanni Battista Scapitta (1653 – dopo il 1710), il quale si orientò verso una curiosa, diversa, planimetria. Qualcuno oserebbe dire “blasfema”…


Così viene ricordato Antonio Bertola, progettista della strana chiesa della Madonna delle Vigne.


Un raro libro sulle opere degli Scapitta, Giovanni Battista, architetto, e Vincenzo, agrimensore.

Lo Scapitta, in realtà, non ha una specifica formazione accademica ma ha acquisito una notevole esperienza presso lo studio di un ingegnere militare, Antonio Leni.
Entra al servizio dell’amministrazione dei Duchi del Monferrato e, con tale funzione, percorre e visita ampi territori anche in qualità di agrimensore.
Nell’ambito dell’architettura di carattere religioso, Scapitta si interessa soprattutto dei lavori di ricostruzione delle chiese di San Filippo Neri a Casale Monferrato, di Pozzo S. Evasio e, naturalmente, della Madonna delle Vigne, presso Trino Vercellese.
Dal punto di vista della progettazione vera e propria, egli si occupa della chiesa di San Micele a Balzola, della parrocchiale della grangia di Pobietto e della chiesa di Santa Caterina a Casale Monferrato.


Cupola della chiesa di Santa Caterina a Casale Monferrato


A destra, la cupola molto simile nella chiesa della Madonna delle Vigne a Lucedio, entrambe curate da Giovanni Battista Scapitta.

Ma su questi argomenti, a parte l’atmosfera un po’ “tenebrosa” dovuta anche a ciò che in giro si mormora, c’è un po’ di confusione…
Da sempre, possiamo dire, le chiese cristiane e non sono state orientate secondo un asse Est-Ovest in ossequio al criterio Versus Solem Orientem.
Il Cristo, o in generale la “salvezza”, poteva essere rappresentato come Sol justitiae, Sol salutis o, in un ambito più prettamente pagano, Sol Invictus.
Come ben sapeva l’imperatore Costantino che fino al suo ultimo respiro rimase… pagano in incognito!
Gli edifici religiosi di matrice cristiana dovevano perciò rispettare un ben preciso orientamento e la loro planimetria, vista dall’alto, avrebbe simboleggiato la croce su cui si era immolato il Redentore o, in ambito pagano, la vittoria della Luce sulle Tenebre.

Non sempre le chiese cristiane hanno rispettato l’orientamento principale Est-Ovest in modo da rappresentare sul terreno una croce rivolta verso il punto in cui sorge il Sole, la salvezza divina…

Il Papa mago Gerberto d’Aurillac – Silvestro II – dette un suo personale contributo nello stigmatizzare la necessità di dare tale orientazione alle chiese  cristiane. Ma non sempre le cose andarono come prescritto…
Ad esempio, ma solo per citare due illustri esempi, a Roma l’abside è orientato verso Ovest sia in San Pietro sia in San Giovanni in Laterano!
Un errore? Un caso? Una scelta?
Alcune chiese cristiane, inoltre, le troviamo ancor oggi rivolte a Nord anche per avere una più razionale illuminazione durante le funzioni religiose del mattino.
La chiesa della Madonna delle VigneAnatema! Anatema! esclamerebbe ora qualcuno – fu ricostruita con l’ingresso rivolto a Sud.
O, per la precisione, a Sud-Sud Ovest, come si può verificare anche con Google Earth, considerando però che il Nord geografico, a causa della cosiddetta declinazione magnetica, si discosta – variando nel tempo e con valori differenti da regione a regione – un po’ dal Nord magnetico indicato dalla bussola.
Ad esempio, circa mezzo secolo fa, in Inghilterra, la differenza ammontava a 10 gradi in direzione Ovest, mentre in Italia era praticamente nulla, quasi come adesso.
Ma non sottilizziamo troppo su questi particolari ben poco in “odor di zolfo”.


Con Google Earth è possibile per chiunque verificare che la chiesa della Madonna delle Vigne è orientata su un asse  Nord/Sud se consideriamo nulla la declinazione magnetica del luogo. Oppure, se volete, su un asse Nord-Nord Est/ Sud-Sud Ovest.
Sottigliezze geografiche a parte,l’ingresso è decisamente rivolto verso Sud…

L’anomala (ma non troppo…) orientazione della chiesa è frutto di un errore o è una ben deliberata scelta?
E qui le leggende “sulfuree” hanno trovato terreno fertilissimo poiché tale disposizione sul terreno – con un po’ di esoterica fantasia – si può considerare come  il voler… “capovolgere” la croce!
Con una evidente valenza blasfema.

Le due chiese del Principato di Lucedio, invece, sono orientate secondo l’asse Est/Ovest, verificato sempre con Google Earth.
Però tutto ciò che si mormora sulla “scomunica” di edifici religiosi, di interventi del Papa per arginare qualcosa di indecentemente blasfemo che sarebbe avvenuto nell’area del Principato di Lucedio, riguarda proprio queste chiese e non quella ottagonale della Madonna delle Vigne.
Dunque – parafrasando il titolo della commedia teatrale di William Shakespeare, Much Ado about Nothing – a Lucedio… molto rumore per nulla?


Le due chiese del Principato di Lucedio sono orientate secondo l’asse Est/Ovest.

No, forse per nulla per quanto riguarda l’ex Abbazia ora diventata Principato, ma effettivamente qualcosa di strano aleggia intorno all’altra chiesa quella nel bosco, la chiesa dedicata alla Madonna delle Vigne.
Chiesa che, come vedremo più avanti sembra non sia mai stata sconsacrata – come si sostiene da più parti – non fosse altro perché su ciò che resta del distrutto altare sono sopravvissute delle piccole testimonianze di lavori di restauro eseguiti in epoca novecentesca…

La solita Messa satanica a base di teschi, ceri accesi e croce capovolta (indicata dalla freccia, sulla destra della foto, accanto al personaggio ghignante). Nella foto in basso a sinistraun’altra croce capovolta accompagnata dall’immancabile 666!

Lucedio, cimitero di Darola, a poche centinaia di metri dalla chiesa ottagonale della Madonna delle Vigne. Il dottor Volterri all’interno della ormai semidistrutta chiesetta del cimitero abbandonato. Abbondano i soliti simboli inneggianti all’Anticristo…

Nella foto un’altra croce capovolta, di analogo significato.

Ma non sempre il capovolgimento della croce ha una valenza satanica, come dimostra, questo suggestivo bassorilievo che testimonia la crocifissione di Pietro a testa in giù e,

un altare nella chiesa del Carcere del Mamertino, a Roma.

Dunque? Le solite leggende metropolitane hanno sfiorato anche la chiesa della Madonna delle Vigne a Lucedio? Può darsi, ma l’edificio religioso mostra altre stranezze…
A parte un curioso, non diffusissimo, campanile a pianta ottagonale, da queste parti si mormora che nei suoi sotterranei – come in quelli delle chiese del Principato di Lucedio – esistano ancora innumerevoli gallerie e anche – scena da horror movie! – alcuni monaci ben mummificati e disposti in circolo. Forse aveva ragione uno storico d’Oltremanica quando sembra abbia sentenziato che “…la vista di un impiccato, appeso al ramo di un albero che si intravede tra le nebbie della palude non guasterebbe di certo il paesaggio!”.
Anzi, pensiamo noi, mitigherebbe un po’ l’atmosfera da “film di Dracula”!
Ma forse sono solo leggende metropolitane d’altri tempi. Forse…


Un foro nel pavimento, dietro l’altare, avrà di sicuro peremesso a qualcuno di visitare, se c’è, il sotterraneo della chiesa.

Si è salvato questo fregio – Maria Vergine, riteniamo, o Madonna delle Vigne? – solo perché è posto sotto una pesantissima lastra dietro l’altare!
La chiesa, all’interno, è stata del tutto depredata di ogni abbellimento, della croce sull’altare, di tutto…

Il dottor Volterri, insieme al dottor Renato Piras, paziente ed incuriosito partecipante alle ricerche sulla chiesa della Madonna delle Vigne e sull’abbandonato cimitero di Darola.
L’altare e gran parte della chiesa è stato depredato e semidistrutto…

Parte dello stemma gentilizio raffigurato sotto lo Spartito del Diavolo.
Sarebbe interessante risalirne al preciso significato, anche per comprendere qualcosa in più sulla origine dell’affresco “musicale”.

Una statua è stata asportata da tempo.

Un’epigrafe, un bassorilievo inserito sul muro esterno della chiesa, vicino all’ingresso, è da tempo partito… per altri lidi.

Sconsacrata? Forse no…
Abbiamo prima sostenuto che la chiesa a pianta ottagonale ancora contiene delle testimonianze di interventi di restauro eseguiti in epoca abbastanza moderna.
Chi scrive, durante le due ricognizioni effettuate al suo interno ha potuto fotografare delle piccole targhe marmoree, murate nella struttura dell’altare, che ricondurrebbero almeno ai primi decenni del Novecento.
Vediamone qualcuna…

Targa marmorea, in parte distrutta, posta su ciò che rimane dell’altare della chiesa dedicata alla Madonna delle Vigne. Vi si legge il nome di Monsignor Giovanni Gamberoni, verosimilmente fautore, sostenitore, del restauro della chiesa. Qundi non sconsacrata…

In quella sopra riportata, ad esempio, si legge chiaramente il nome di Monsignor Giovanni Gamberoni. Ebbene, tale prelato è nato a Comerio il 24 Settembre 1868, è stato vescovo di Chiavari dal 1911 al 1916 e ha lasciato questa valle di lacrime il 17 Febbraio del 1929.

Monsignor Giovanni Gamberoni (1868 – 1929), verosimilmente fautore delle opere di restauro della chiesa con il cosiddetto Spartito del  Diavolo.

Accanto all’altare c’è una scala in ferro – resa inagibile – che conduce… chissà dove.

Ma chi scrive ha potuto documentare anche altre simili testimonianze risalenti  molto probabilmente a un’epoca abbastanza recente…

Altre due targhe marmoree visibili sull’altare, a testimonanza – almeno noi riteniamo che così si possano interpretare – del fatto che degli interventi di abbellimento o restauro della chiesa sono stati fatti in tempi non lontanissimi. Certamente ben lontani dall’ipotizzta sconsacrazione di quel fatidico 1784…

Finalmente! Ora… appare il Demonio!
L’edificio religioso, è oggi pericolante e ne è sconsigliata la visita. Salvo momentanee “eccezioni”…
Sconsigliata, ragioni di sicurezza a parte, poichè su una parete è dipinto un organo a canne sopra il quale è raffigurato un breve spartito musicale definito Spartito del Demonio. Spartito alquanto strano anche perchè le note sono raffigurate soltanto a partire dal secondo pentagramma, mentre il primo, in alto, ne è privo! Per quale motivo?
Secondo i soliti “si dice” e le leggende che da quelle parti non scarseggiano di certo, suonando le note al contrario, cioè da destra verso sinistra, partendo dal basso… verrebbe evocato il Diavolo in persona a suo tempo intrappolato nei sotterranei della chiesa.

Il dottor Roberto Volterri a Lucedio, nella sconsacarata chiesa della Madonna delle Vigne.

Il dottor Renato Piras indica una sorta di “manovella” affrescata alla destra dello Spartito del Diavolo.

Lo Spartito del Demonio raffigurato capovolto in modo da poterlo suonare per evocare il Principe delle Tenebre. Attenzione, quindi…

Naturalmente, se diamo allo spartito una valenza palindromica, suonandolo nuovamente, partendo però dalle note in alto a sinistra,  il Signore delle Mosche o chi per lui sarebbe costretto ritornare nei suoi ctonii anfratti…

Lo Spartito del Demonio raffigurato in modo “normale” così da da poterlo suonare per rimandare il Principe delle Tenebre nei suoi sotterranei avelli. Potenza del Palindromo!

Lo Spartito del Diavolo nella versione ben più leggibile, realizzato con la collaborazione della pianista e professoressa di musica Rita Boscarini, “disperata” consorte – perché coinvolta in tutti questi “misteri” – del dottor Roberto Volterri. Adesso – a parte eventuali imprecisioni dovute alla scarsa leggibilità dell’affresco – chiunque potrà suonare più facilmente la “mefistofelica” musica…

Accreditati esperti di musica antica – tra i quali la dottoressa Paola Briccarello – affermano con sicurezza che la melodia scaturente dai primi tre accordi di apertura apparirebbero molto simili a ciò che emerge suonando le note di chiusura dello spartito.
Ciò ha fatto pensare subito al concetto di Palindromo – un Palindromo sui generis, un po’ perverso, però! – in cui il segreto starebbe nella successione delle  note che, se traslitterate nell’alfabeto latino, fornirebbero chissà quale indizio sia sui veri motivi che spinsero a sconsacrare e abbandonare la chiesa, sia su supposti riti vagamente satanici celebrati in antico dai poco pii monaci che occuparono il complesso di edifici religiosi. Qualcuno sostiene che con il metodo della traslitterazione note/lettere apparirebbero le parole Dio, Fede e Abbazia.
Poco “sulfuree” ma di sicuro molto poco indicative sul reale significato dello spartito…

Un’altra ipotesi che gli autori di questo libro ritengono sufficientemente plausibile si potrebbe riassumere in questi  otto  punti:

  1. La chiesa della Madonna delle Vigne, per ragioni di spazio o per motivi di carattere economico, non poteva disporre di un organo a canne vero e proprio, di adeguate dimensioni. Nei pressi dell’altare non c’e posto, sulle pareti laterali libere neppure, anche perché ci sono delle finestre. Rimaneva libera solo l’ampia parete appena dopo la porta d’ingresso…
  2. Lì qualcuno raffigurò, o fece raffigurare, un grande organo a canne e, sotto riportò lo spartito le cui note sarebbero state suonate da un piccolo organo meccanico, a rullo o a disco perforato. Si consideri che tali organi, ideati da Giovanni Barbieri nei primissimi anni del XVIII secolo, 1702 per l’esattezza – la chiesa è del 1696 con succesive modifiche… – occupavano poco spazio e venivano azionati a manovella
  3. La manovella di solito girava in senso orario poiché un apposito “fermo” metallico ne impediva l’involontaria  rotazione antioraria. Ma il “fermo” avrebbe potuto essere rimosso a volontà dell’operatore…
  1. Così si poteva suonare la musica anche al contrario se la struttura meccanica del piccolo organo lo consentiva…
  2. A parere di chi scrive, dunque, la “manovella” visibile alla destra dello “Spartito del Diavolo” rappresenterebbe proprio quella che avrebbe azionato il piccolo organo meccanico presente nella chiesa. La possibilità di ascoltare la musica dalla fine all’inizio era possibile girando in senso antiorario la “manovella” stessa.
  3. Lo “Spartito del Diavolo”, nell’affresco, inizia con un pentagramma vuoto e le note compaiono solo dal secondo al quarto pentagramma. Perché?

Forse ciò vorrebbe proprio significare che le righe vuote sono la “fine” e non l’inizio della musica suonata dall’organo? Se così fosse la musica sarebbe dissonante, non armonica, quasi “diabolica”…

  1. Da tutto ciò, insieme alle vicende accadute nel 1784 con la “secolarizzazione” della vicinissima (due chilometri soltanto) Abbazia di Lucedio, potrebbe aver dato vita alla leggenda in base a cui suonando in un senso o nell’altro le note raffigurate nel piccolo spartito – perché raffigurarlo di dimensioni così ridotte, quasi invisibile dal pavimento? – si sarebbe “esorcizzato” il dèmone o i dèmoni che avevano causato la “sconsacrazione” dell’Abbazia e, forse, del vicinissimo cimitero di Darola…
  2. Le vicende storiche, analizzate diversamente, farebbero invece pensare che la “secolarizzazione”, la riduzione allo stato laicale dei monaci, il loro trasferimento, fossero in realtà imputabili più allo “sterco del Demonio” – il danaro accumulato con lo sfruttamento dei terreni circostanti – che al “Demonio” vero e proprio. Magari unito a qualche dimenticanza” del “voto di castità”…

O almeno così, forse, ragionerebbe il buon Guglielmo di Occam.

L’interno di un Organo meccanico azionato a manovella. Il disco visibile in alto a sinistra è il “software”, il programma, poiché è stato forato in modo da azionare il piccolo organo a sette canne visibile sotto il disco stesso.

La strana “manovella” – o quel che possa essere in realtà – raffigurata accanto solo alla destra dello “Spartito del Diavolo” di Lucedio, confrontata con un dettaglio della manovella azionante l’Organo di Barberia visibile nella foto sopra riportata.
Quella di Lucedio, se di “manovella” si tratta, vuole indicare qualcosa?
Ė plausibile l’ipotesi sopra accennata in estrema sintesi?

Non aprite quel cancello (del cimitero…)!
No, state tranquilli (ma non troppo…) non incontrerete il folle Ed Gein, il Mostro del Winsconsin che ha ispirato l’horror movie Non aprite quella porta del 1974!
Avete già fatto una breve escursione all’interno della chiesa ottagonale (incuranti, ma solo per pochi minuti, del fatto che c’è divieto d’accesso negli edifici pericolanti…) e avete ammirato lo Spartito del Diavolo?
Ne avete abbastanza o desiderate provare qualche altro brivido?
Volete respirare un po’ di aria satura di tenebrose leggende?
Non avete timore che qualche inquieta anima vagante possa impossessarsi di voi?
No? Molto bene! Allora non badate troppo al titolo di questo paragrafo.
Dalla chiesa ottagonale, percorso il breve sentiero nel bosco, raggiungete la vostra auto e percorrete ancora circa due chilometri verso lo splendido Principato di Lucedio. Ora allontanatevi ancora di circa settecento metri e più avanti, sulla destra, incontrerete il lugubre cimitero di Darola che risalirebbe ai secoli XVI o XVII e non ha mai goduto di una tranquillizzante reputazione…
Ora che ci siete, ora che non vorreste di certo tornare sui vostri passi, aprite finalmente il cancello, o quel che ne rimane…
Per i più “pignoli” tra i lettori, il cimitero è situato al civico 12 della SP 34, Trino Vercellese…

Ingresso del cimitero abbandonato di Darola. “Ombre” di defunti a parte non c’è ombra di qualche intervento per evitare un ulteriore degrado della struttura… 

Narrerebbero le antiche cronache locali, un po’ inquinate da interpretazioni di qualche eccessivamente “esoterico” ricercatore, che nel 1684 i forse ben poco pii monaci dell’Abbazia di Lucedio – forse all’epoca più inclini ad adorare il dio Priapo che il Cristo – insieme a leggiadre contadine del posto, abbiano partecipato a stregoneschi Sabba nelle locali chiese e nel cimitero stesso.
Così, tra un orgia e l’altra, protrattesi nel corso di lunghi anni, la sinistra fama del luogo pervenne alle veramente sante orecchie di papa Pio VI che nel settembre del 1784 avrebbe scomunicato tutti quei luoghi, i blasfemi monaci, le chiese e anche il locale cimitero di Darola, situato a qualche centinaio di metri dall’Abbazia.

Lo sterco del Demonio
La realtà storica è, però, alquanto meno “sulfurea”…
I monaci cellari adibiti cioè alla riscossione delle imposte appena dopo la fondazione dell’Abbazia, in tempi abbastanza successivi, dimentichi dei voti di povertà, castità e altro ancora, abusarono un po’ troppo del potere loro conferito e, anche con l’aiuto di agricoltori della zona, occuparono abusivamente le circostanti zone paludose, chiamate locez (da cui Lucezio…).
Successivamente, poiché la Chiesa aveva delle regole che imponevano di non poter disporre e sfruttare direttamente le terre, i furbi monaci ingaggiarono alcuni fratelli conversi, laici, i quali, a loro volta, si appoggiarono ad altri agricoltori “subaffittuari” per far fruttare le grange. I consistenti proventi di tutta questa complessa “filiera” venivano peridodicamente versati ai monaci dell’Abbazia che diventava così sempre più autonoma e ricca.
Tutto ciò sarebbe avvenuto in particolar modo tra la fine del XVII secolo – qualcuno sostiene che si tratti del 1684 – e un secolo più tardi, quando, nel 1784, dopo un lungo periodo di  contrasti con la Diocesi di Casale Monferrato per la nomina di un nuovo abate, su decreto di papa Pio VI – al secolo, Giannangelo Braschi (1717 – 1799) – l’Abbazia di Lucedio venne secolarizzata termine su cui ora torneremo e tutti i possedimenti, le grange,entrarono a far parte della Commenda Magistrale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, mentre i monaci – ricchi, gaudenti, blasfemi o meno che fossero – vennero trasferiti in un convento a Castelnuovo Scrivia.

Papa Pio VI, il Vicario di Cristo che “secolarizzò” l’Abbazia di Lucedio, facendo trasferire altrove i poco pii monaci dediti al culto dello Sterco del Demonio, il vil danaro…

La secolarizzazione – non esattamente la sconsacrazione e, tanto meno la scomunica! – è un termine derivante dal latino saeculum, ovvero mondo – entrato a far parte del diritto canonico dopo la pace di Vestfalia del 1648 e indica il passaggio coatto di possedimenti della Chiesa a personaggi laici. Successivamente il termine è stato adottato anche per sancire il ritorno di membri del clero – monaci, preti, ecc. – alla vita laica. Una sorta di sospensione a divinis
Da ciò, forse, sarebbe nata la convinzione che in quel fatidico 1784 papa Pio VI avrebbe inviato da Roma un esorcista il quale, affrontati direttamente i “demoni” che infestavano l’Abbazia, li avrebbe rinchiusi in una sigillo poi occultato nelle cripte del sacro edificio insieme alle mummie di alcuni monaci, disposte in cerchio a evitare che i demoni stessi potessero di nuovo indurre all’adorazione dello sterco del Demonio.
Della grande quantità di danaro proveniente dall’intenso sfruttamento delle terre, in definitiva!
Ma forse questi dettagli da film dell’orrore sono solo leggende…
Nel 1787 l’Abbazia di Lucedio riceve di nuovo la giuridisdizione parrocchiale e una nuova titolazione a Maria Assunta attestata da un’iscrizione che recitava “Maria Assumpta Lucedii patrona / hoc tibi nunc templum et oves / MDCCLXXXVII”.
Adesso il cimitero di Darola, quello che fu luogo di (scarsa) pace, non viene più utilizzato da molti decenni, è in totale abbandono, invaso da rovi e alberi che approfittano del concitatissimo suolo ricco… di antichi sali di azoto e di potassio! Altrettanto avviene per la chiesa della Madonna delle Vigne, mentre è da tempo stupendamente rinata l’Abbazia ormai diventata Principato di Lucedio.

Nello sconsacrato cimitero di Darola non poche sono le tombe ormai lasciate vuote dai legittimi “abitanti” di un tempo!

La lapide che ricorda la morte di due gemelle di soli quindici anni, avvenuta nel 1803,  qui traslate dal padre nel 1868…

Roberto Volterri, stanco di esplorare lapidi e simboli vagamente, molto vagamente, satanici, si appoggia a un pinnacolo della chiesa del cimitero, pinnacolo che, in tempi ormai lontani, è precipitato a terra.
A destra… “e quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Dante, Inferno, XXXIV, v.139).
Un Cristo benedicente – stranamente sopravvissuto allo scempio subito dalla chiesa – saluta l’incauto visitatore che se ne va dopo aver soggiornato per breve tempo nel regno dei morti…

Sulfuree leggende a parte, i luoghi ora visitati anche in vostra compagnia sono estremamente suggestivi, carichi di vicende storiche – non tutte chiarissime – e meritano senza alcun dubbio la visita di chi, come i lettori di questo articolo sono affascinati dai misteri in ogni loro manifestazione.
Misteri che, però, devono sempre essere affrontati con le armi fornite da un’attendibile documentazione di carattere storico e, ove possibile, da una personale ricognizione sui luoghi in cui sarebbero accadute le lontane vicende che alimentano ogni tenebrosa leggenda degna di questo nome…

PER APPROFONDIMENTI

Eremon Edizioni,  Dicembre 2015
In libreria o anche presso: 
ordini@eremonedizioni.it
  – Tel.   06.95.21.18.67

Un libro in cui – su un ideale palcoscenico affacciato su un abisso di follie, di stranezze, di misteri – si aggirano alcuni “stregoni” che hanno trascorso la loro esistenza in un universo musicale costellato di “sufuree” note, di diaboliche armonie, di esoteriche dissonanze.
Un libro dove troverete lo stranissimo Spartito del Demonio, uno strano spartito musicale affrescato all’interno di una strana chiesa posta a poca distanza da uno strano e abbandonato cimitero. Tutti e due, ovviamente, debitamente  e stranamente… “sconsacrati”! Capitolo corredato da inedite immagini e da un’ancor più inedita ipotesi sulla stregonesca breve espressione musicale scritta chissà da chi, chissà perché…
Ma troverete anche molti Stregoni della Musica, quali Niccolò Paganini e il suo diabolico violino a cui “saltavano” regolamente le corde durante l’istrionica esibizione del grande Maestro. Potrete poi suonare il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini di cui nel libro è riportato lo spartito, ma sarete anche in grado di udire quali strane melodie possono scaturire da brevissimi ed enigmatici  brani musicali raffigurati in curiosi dipinti o graffiti su antichissimi muri.Infatti, alla fine del libro troverete una sorta di trascrizione note musicali-numeri, proprio come avviene nel sistema semplificato per imparare a suonare di una Casa produttrice di tastiere elettroniche.
Non sentirete la nostalgia del geniale Nikola Tesla perché nel libro troverete un intero capitolo dedicato alla “Musica ad Alta Tensione” e scoprirete che la musica si può creare con qualsiasi cosa. Anche con pezzi di automobile, calici di cristallo e coperchi di pentole!

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